F ONDAZIONE FEDERICO OZANAM
VINCENZO DE PAOLI
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Introduzione storica

 

    Tra le opere laicali fiorite nelle diocesi del sud Italia nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, grazie allo zelo e alla lungimiranza di alcune illuminate figure di ecclesiastici e di laici, rivestono un loro particolare rilievo le Conferenze di San Vincenzo. A incoraggiare clero e laicato  fu anche il Movimento sociale cattolico che, fin dal primo congresso di Venezia del 1874, prese una particolare deliberazione per quella che definiva «l’opera provvidenziale, l’opera per eccellenza del nostro secolo», la Società di San Vincenzo de Paoli fondata nel 1833 da Federico Ozanam, che aveva ramificazioni in tutto il mondo. La deliberazione del congresso invitava i cattolici a procurarle «il maggior sviluppo possibile», dando vita a nuove conferenze e migliorando quelle già esistenti. Il fine della Società, secondo quanto veniva chiarito dall’assise, non era economico, essa non si proponeva di riformare la struttura sociale, ma «di fortificare la fede dei suoi iscritti mediante la pratica in comune della carità e mediante l’esercizio di un’opera di soccorso ai poveri, agli afflitti dalla miseria»[1].

    Va lodato pertanto il lavoro di Antonio Romano, che, portando a conclusione un pluriennale progetto definito con la Fondazione Federico Ozanam, al quale ha dato un importante contributo anche la dottoressa Elettra Russo, ha  riordinato le carte prodotte dagli organismi centrali e da quelli periferici delle Conferenze napoletane. Oltre al materiale affluito dalle Conferenze su sollecitazione del Consiglio Centrale di Napoli, sia la Russo che Romano hanno compulsato l’Archivio Storico Diocesano di Napoli, volgendo la loro attenzione particolarmente al fondo Carte degli arcivescovi, in cui è stata reperita altra interessante documentazione. Come in altre diocesi d’Italia, infatti, anche a Napoli i responsabili della Chiesa locale furono un costante punto di riferimento per il laicato cattolico, incoraggiando e dando indirizzo  alle loro iniziative. Né hanno tralasciato di avviare indagini nell’Archivio di Stato di Napoli, che altri potranno proficuamente continuare. Le Conferenze infatti, come altre attività dei cattolici organizzati, nei tremendi anni post-unitari segnati dal «funesto dissidio» fra Stato e Chiesa, spesso attirarono l’attenzione e i sospetti delle pubbliche autorità. Il materiale inedito, infine, è stato opportunamente integrato, nel corso del progetto, con cronache e articoli pubblicati in giornali e riviste del tempo: tra l’altro, la prestigiosa rivista ecclesiastica «La Scienza e la Fede»[2], il settimanale cattolico «La Croce»[3], finora per niente studiato, ma che come altra stampa cosiddetta minore ebbe una sua parte nell’orientare la pietà e le scelte di vita del clero e del popolo, e il «Bollettino Ecclesiastico dell’Archidiocesi di Napoli»[4].

    Grazie al riordinamento di questo materiale, ora siamo in grado di dire che l’archivio delle Conferenze napoletane, che sarà aperto alla consultazione degli studiosi nella sede di via Vergini, nonostante le dispersioni e le perdite subite incuria hominum et iniuria temporis,  si presenta a noi come qualcosa di vivo, qualcosa che ci parla non solo del passato, e di un passato che affonda le sue radici nella grande storia della pietà e della carità napoletana, ma anche del presente, dal momento che le Conferenze di San Vincenzo non hanno esaurito i loro compiti istituzionali e sono ancora una presenza viva nella tormentata realtà quotidiana della nostra società. Scorrendo i titoli delle serie il lettore potrà farsi un’idea della natura del materiale archivistico ordinato e delle numerose piste di ricerca che offre agli studiosi per approfondire la nostra storia.

    All’indomani dei convulsi avvenimenti del settembre 1860 sembrò che  Napoli restasse immobile nella sua atavica miseria e nelle antiche ingiustizie.  Accattonaggio[5] e ragazzi e ragazze abbandonati a se stessi nelle strade erano solo alcune delle piaghe che più colpivano i forestieri che visitavano la città. La nuova classe politica dirigente emarginò il vecchio ceto nobiliare e aristocratico, ma a pagare pesantemente le spese del nuovo assetto politico furono soprattutto i ceti popolari, che erano anche i più poveri.  Pasquale Villari scrisse che «la partenza della Corte, il trasferimento della capitale, la soppressione dei conventi diminuivano continuamente il lavoro, e più ancora le limosine, che un Governo civile non poteva certo incoraggiare»[6].

    Dietro la facciata dei “quartieri bene” della città, che continuavano ad offrire al forestiero un volto accettabile, c’era lo squallore dei tuguri e dei fondaci abitati da nullatenenti, il cui tenore di vita diventava sempre più misero. Mancanza di lavoro, miseria e analfabetismo condannavano i ceti più deboli a un autentico abbrutimento, dando esca all’aumento della criminalità. Non poche volte, nei quartieri più poveri, i ragazzi si avviavano precocemente alla delinquenza e al vizio, mentre le ragazze finivano per darsi al meretricio non perché avessero perso il senso morale, ma perché non avevano «mai potuto conoscerlo», vivendo in un ambiente dove la prostituzione era un mestiere come un altro: «mestiere unico per non morire d’inedia»[7].

    I primi effetti della Rivoluzione industriale e le trasformazioni urbanistiche seguite al colera del 1884, che ridisegnarono i quartieri bassi della città, ancora una volta imposero pesanti sacrifici ai ceti economicamente più deboli. L’operazione Risanamento, se produsse benefici, cagionò anche massicci spostamenti della popolazione da una zona all’altra della città e causò profonde lacerazioni nel tessuto economico e sociale cittadino. È noto che soprattutto la parte più povera della popolazione sopravviveva grazie alla cosiddetta «economia del vicolo»: un’economia che si reggeva sulle molteplici attività precarie, dalla vendita al minuto al piccolo artigianato, che potevano prosperare solo in un ambiente sociale misto, in cui le categorie economicamente più forti davano occupazione e guadagno alle classi meno abbienti.

    Il Risanamento, accanto a questi risvolti negativi, ebbe però anche effetti positivi sia sotto il profilo igienico-sanitario e urbanistico che per la spinta impressa alle numerose attività economiche legate al settore edilizio, che contribuirono a lenire la grave piaga della disoccupazione. L’ampliamento del mercato del lavoro, infatti, offrì la possibilità di assorbire parecchia manodopera della città e dei paesi limitrofi. Tuttavia il Risanamento, se fu occasione di lavoro per molti, fu anche fonte di speculazione e di grandi e non sempre leciti profitti. Il bilancio, quindi, che alla fine del secolo si poteva fare dei primi quarant’anni di vita unitaria di Napoli era negativo.

    La città partenopea, anche se per effetto di varie leggi speciali vide notevolmente modernizzata la sua  struttura economica, non conobbe quello sviluppo che gli uomini preposti al governo della città avevano previsto con i loro piani di industrializzazione. La fine delle illusioni, che si erano diffuse ampiamente nei primi anni del Novecento, si rivelò intorno al 1910, quando alcuni spinosi problemi, come l’aumento dei fitti delle case e il caro viveri cagionarono malcontento crescente e agitazioni di piazza. Poi su antiche miserie e vecchi dolori, sugli operai senza lavoro e sui contadini poveri dell’entroterra si abbatté il ciclone della prima guerra mondiale[8].

    In questo contesto sociale profondamente dilacerato presero ad operare le Conferenze napoletane; ovvio pertanto che sorgessero soprattutto negli antichi quartieri popolari e nei nuovi rioni operai: basti pensare alla Conferenza S. Maria Ausiliatrice, nel 1870 già attiva nella parrocchia del Duomo, e a quelle dell’Immacolata e della SS. Annunziata, che operavano rispettivamente nel quartiere Avvocata e nella parrocchia di S. Giacomo degli Italiani alla Marina. Successivamente altre Conferenze presero il via nelle zone povere della città: nelle parrocchie di S. Maria Ognibene a Montecalvario, di S. Alfonso all’Arenaccia e di S. Anna al Trivio. Né fa eccezione la Conferenza istituita nell’Istituto Pontano di Corso Vittorio Emanuele, grazie allo zelo dei padri della Compagnia di Gesù. Infatti se l’istituto Pontano, retto dai padri gesuiti, era frequentato prevalentemente da ragazzi e giovani della media e alta borghesia, la Conferenza svolgeva la sua azione nella vicina parrocchia di Maria SS. del Carmine alla Concordia, in quartiere Montecalvario, dove erano presenti notevoli sacche di povertà.

    Negli anni che seguirono l’unità d’Italia non venne meno, nelle famiglie della nobiltà e della buona borghesia napoletana, il senso della solidarietà e l’esercizio della carità cristiana; né scemarono le iniziative in favore delle chiese povere, per la costruzione di nuovi edifici di culto e per sollevare dalla miseria le cosiddette classi «sofferenti». I casi più noti sono quelli di p. Ludovico da Casoria, l’ardente e popolare francescano che promosse numerose opere a beneficio di vecchi e di fanciulli sordomuti e ciechi, ai quali allora nessuno pensava, e per dare educazione e istruzione a  ragazzi e ragazze poveri e vagabondi, vittime dell’analfabetismo e del sottosviluppo; di Bartolo Longo, che pose mano alla costruzione del santuario e delle opere di Pompei grazie ai consistenti aiuti della nobiltà napoletana, da lui intelligentemente sollecitata; e di Caterina Volpicelli, che chiamò numerose donne della nobiltà e della borghesia a lavorare per le chiese povere.

    Questo forte senso dalla solidarietà traspare con grande chiarezza dalla lettura delle carte dell’archivio delle Conferenze napoletane, assistite spiritualmente da prestigiose figure di ecclesiastici, guidate da personaggi dell’aristocrazia e di cui facevano parte nobili e professionisti altoborghesi. È istruttiva una lettura della lista dei membri delle varie Conferenze.

    In quella di S. Maria Ausiliatrice della parrocchia del Duomo figurano, tra gli altri, il marchese Luigi Filiasi, che fu uno dei primi oblatori del nascente santuario di Pompei. Sua madre, Maria Giuseppina Filiasi di Somma principessa del Colle, fu generosa benefattrice delle opere di p. Ludovico da Casoria, che aiutò a costruire la Casa del Purgatorio ai Pirozzoli, dove andarono a stabilirsi le suore Bigie Elisabettine, e la chiesa dedicata all’Agonia di Gesù nel Giardino dell’Orto degli Ulivi, accanto alla casa di S. Raffaele a Materdei. Diffuse, inoltre, la devozione dei Quindici Sabati. Due sorelle del marchese, Costanza e Giulia Filasi, furono attive socie dell’Associazione di Carità con sede in via Filangieri 49. Luigi Filiasi, buon musicista, compose l’inno cantato in occasione dei solenni festeggiamenti voluti nel 1887 da Bartolo Longo  per l’inaugurazione del trono e dell’altare della Vergine di Pompei,  né omise di  contribuire alla costruzione dell’edificio, che accolse il benemerito Ospizio per i figli dei carcerati[9].

    Altro socio fu Benedetto Minichini, antico funzionario borbonico e autore di parecchi scritti, fra cui i Ricordi storici per la vita dell’Eminentissimo cardinale Francesco Saverio Apuzzo arcivescovo di Capua (Napoli 1880) e un Ritratto storico di Monsignor Tommaso Michele Salzano arcivescovo titolare di Emessa (Napoli 1891). Ricoprì, inoltre, la carica di segretario della prestigiosa confraternita della SS. Trinità dei Pellegrini[10]. Il marchese Agostino Sergio di Torrevecchia, invece, fu uno dei primi zelatori dell’Apostolato della preghiera e in buoni rapporti con Caterina Volpicelli e con il gesuita p. Henri Ramiére[11]. Il conte Antonio Bianculli, infine, aiutò la sorella Vittoria Bianculli nella fondazione dell’Ospizio delle vecchie indigenti sotto il patrocinio di S. Giuseppe e nella costruzione dell’attigua chiesetta al Corso Vittorio Emanuele, dedicata al Sacro Cuore[12].

    Fu socio della Conferenza dell’Immacolata l’architetto Francesco Aratore, che diresse i lavori di ristrutturazione del palazzo di largo Petrone alla Salute, acquistato nel 1870 da Caterina Volpicelli per dare una sede comoda e capace alle sue opere. Bartolo Longo, che lo conobbe nel 1876, lo definì «un sant’uomo». Non potendo recarsi, a motivo della sua tarda età, a Valle di Pompei per «dare uno sguardo ai fondamenti di fresco aperti» dell’erigendo santuario, si fece sostituire da un suo assistente, che fu prodigo di preziosi e disinteressati suggerimenti[13].

    Parecchi associati  furono attivamente impegnati nel movimento sociale cattolico. Il principe Luigi Sanseverino di Bisignano, che sarà presidente del Comitato regionale dell’Opera dei Congressi, fu presidente della Conferenza dell’Immacolata nel quartiere Avvocata. Nel sesto Congresso Cattolico Italiano, inaugurato il 10 ottobre 1883 nella chiesa di S. Maria degli Angeli a Pizzofalcone, ebbe affidata la presidenza effettiva dei lavori. Giampaolo Salvatore Cognetti lo collocò tra i legittimisti puri[14]. Socio della Conferenza della parrocchia del Duomo fu il conte Marino Saluzzo di Corigliano, altro eminente esponente del movimento sociale cattolico napoletano, che fu vice-presidente della Commissione per vigilare e promuovere l’istruzione religiosa e l’insegnamento della dottrina cristiana, istituita nel 1883 su proposta del Congresso cattolico tenuto  in quell’anno nella città partenopea[15].

     Membri della Conferenza di S. Sisto, invece, furono l’avvocato Vincenzo Menzione che, nel 1898, fu arrestato con il direttore della «Discussione» Nicola Montalbò per il ruolo svolto nell’associazionismo operaio cattolico[16], e il «cattolico papale» Luigi De Matteis, che fu presidente del Comitato regionale dell’Opera dei Congressi; stimato dall’avvocato Giovanni Battista Paganizzi, ebbe un ruolo di primo piano in seno al movimento sociale cattolico. Consigliere comunale dal 1880, quando in vista dell’allargamento del suffragio elettorale i conservatori transigenti scesero in campo con il conte Carlo Del Pezzo per promuovere l’intervento dei cattolici alle urne politiche, fu uno dei pochi a difendere le ragioni del non expedit in una Napoli poco incline alla pratica dell’astensionismo elettorale politico[17].

    Né è privo di interesse l’elenco degli assistenti spirituali. Questa carica, tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e i primi anni del secolo XIX, fu ricoperta da alcuni intelligenti ecclesiastici, che avevano già dato prova di zelo e di buone capacità nello svolgimento di altre attività pastorali. Michele Zezza dei baroni di Zapponeta, che sarà per breve tempo arcivescovo di Napoli, nei primi anni di sacerdozio era stato catechista attento e guida spirituale dei giovani nella cappella serotina dell’Immacolata a Fonseca, meglio conosciuta come «cappella Amoretti» dal canonico Gian Vincenzo Amoretti, che alla metà del Settecento volle la benemerita opera[18]. Ernesto Angiulli, giovane sacerdote, s’era occupato della scuola gratuita voluta dal cardinale Sisto Riario Sforza nel distretto della parrocchia di S. Anna di Palazzo per togliere alunni alla Scuola Evangelica Metodista, che era stata aperta in quel quartiere. Il 21 marzo 1894 fu nominato vescovo titolare di Augusta in Cilicia e ausiliare dell’arcivescovo di Napoli[19]. Invece Raffaele De Martinis, della Congregazione della Missione, spese parecchie fatiche per contrastare la diffusione della stampa immorale e irreligiosa. Nel marzo 1869, grazie al suo zelo, fu fondata a Napoli l’Opera  di S. Francesco di Sales per la diffusione gratuita di buoni libri. L’Opera, incoraggiata fattivamente dal cardinale Riario Sforza e da p. Emanuele Ribera, distribuiva bibbie e testi di carattere religioso in carceri,  ospedali, case di lavoro, opifici e fra gli operai italiani residenti all’estero. Nel 1896 fu promosso arcivescovo titolare di Laodicea[20]. Assistente ecclesiastico fu anche lo zelante e pio canonico Francesco Ferrari, che fu pro-vicario generale della diocesi di Napoli e rifiutò di essere vescovo di Caiazzo[21].

    Fra i membri delle Conferenze figurano, inoltre, alcune caratteristiche figure di ecclesiastici napoletani. Nella lista dei soci della Conferenza di S. Maria Ausiliatrice si legge il nome del canonico Giulio Gagliardi, buon canonista, che fu preside della Facoltà giuridica napoletana e docente di diritto canonico nel Liceo arcivescovile[22]. Fece parte, invece, della Conferenza della SS. Annunziata don Fortunato Neri, che fu zelante parroco della parrocchia dei SS. Giuseppe e Cristoforo[23]. Né va dimenticato che negli anni di maggiore fioritura della Conferenza di S. Sisto, di cui erano membri l’avvocato Vincenzo Menzione e il barone Luigi De Matteis, fu parroco di S. Giorgio Maggiore il battagliero ecclesiastico Gaspare de Luise, dei Pii Operai, che promosse una cosiddetta accademia letteraria di studenti, un’associazione operaia e una scuola serale[24].

    Il difficile contesto socio-economico in cui operavano le varie Conferenze è ben testimoniato, infine, dal tipo di aiuto da esse prestato  a singoli e famiglie. Sono illuminati i verbali delle riunioni degli associati delle varie Conferenze: le loro attività caritative vanno dalla   distribuzione di indumenti ai più poveri all’interessamento per i minori abbandonati e per le ragazze in pericolo di mettersi sulla strada del meretricio, dal sostegno all’Opera di San Francesco Regis[25] all’impegno per la scuola cattolica al fine di sottrarre ragazzi agli istituti  protestanti e fino al pagamento mensile del fitto di casa ai più diseredati e al prestito gratuito per porre un qualche rimedio  al dramma dello strozzinaggio, che danneggiava soprattutto le classi più povere.

    Se per l’Ottocento il materiale si presenta abbastanza ricco e stimolante per tanti aspetti della storia sociale e religiosa dell’archidiocesi di Napoli (storia del laicato tout court, relazione dei laici con la curia, rapporti con il movimento cattolico e con le varie forme di beneficenza dell’associazionismo cattolico, storia della scuola, analisi della cultura materiale delle classi svantaggiate, ecc.), occorre precisare che per il secolo XX il materiale appare invece molto lacunoso, non consentendo di operare significative valutazioni della reale incidenza dell’opera, fondata da Federico Ozanam, nel territorio partenopeo. È auspicabile, in questa direzione, una più articolata analisi, che tenga conto anche delle connessioni con le strutture centrali della Società di S. Vincenzo dePaoli e di altre fonti, che probabilmente le indicazioni scaturenti dallo studio delle carte potranno suggerire.

    È noto che la storia della carità napoletana è ancora tutta da scrivere, tuttora gli studiosi spesso sono costretti a rifarsi alla benemerita, ma datata opera di Teresa Filangieri; ed è noto altresì che a Napoli, dopo l’unità d’Italia, a donne e uomini religiosi offrivano motivi di preoccupata riflessione non solo la povertà e il sottosviluppo, ma anche la laicizzazione della vita pubblica e l’incipiente apostasia della nuova borghesia dalla Chiesa. Il riordinamento dell’archivio delle Conferenze napoletane, al quale ha atteso Antonio Romano, costituisce pertanto un prezioso strumento di consultazione per orientarci in lavori di ricerca di storia dell’assistenza e della pietà; senza dire che potrà  giovare anche a preservarci dal rischio di emettere giudizi per formule fatte e di  procedere per schemi astratti.

 

Antonio Illibato

Ulderico Parente     

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[1] G. De Rosa, Il movimento cattolico in Italia. Dalla Restaurazione all’età giolittiana, Roma-Bari 1988, p. 58. Il primo studio sulle origini della Società di S. Vincenzo dePaoli a Napoli è di U. Parente,  Per una storia del laicato cattolico a Napoli alla fine dell’episcopato di Sisto Riario Sforza, in «Campania Sacra» 29 (1998) pp. 115-164 (soprattutto pp. 137-145).

[2] La rivista «La Scienza e la Fede» fu uno degli organi di stampa più impegnati e autorevoli dell’intransigenza cattolica napoletana. Il periodico, dal 1841 al 1888, pubblicò una lunga serie di studi e saggi, documenti di papi e di vescovi, articoli di attualità e cronache delle varie realtà diocesane meridionali. U. Dovere, Gli orientamenti del periodico napoletano La Scienza e la Fede (1841-1888), in «Campania Sacra» 11-12 (1980-1981) pp. 374-396; Id., L’intransigenza cattolica meridionale: il periodico La Scienza e la Fede (1841-1888), in «Civitas» 32 (1981), nn. 3-4, pp.  23-42.

[3] Il settimanale «La Croce», che iniziò le pubblicazioni il 2 gennaio 1898, fu fondato dal sacerdote napoletano Alfonso Ferrandina. Diretto soprattutto al popolo e al clero, ebbe tra i suoi collaboratori parecchi esponenti di spicco del movimento cattolico sociale. D. Ambrasi, s. v., in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia, III/1, Casale Monferrato 1984, pp. 358-359; M. Mendella, Napoli di parte guelfa. Saggio sui cattolici napoletani dalla Restaurazione al primo Novecento, Napoli 1985, pp. 402-408.

[4] Il «Bollettino Ecclesiastico dell’Archidiocesi di Napoli», dal 1920 al 1968, fu l’organo ufficiale per gli atti della diocesi partenopea. Nel 1969 prese il titolo di «Ianuarius».

[5] È significativo che il cardinale Sisto Riario Sforza,  nelle istruzioni della visita pastorale, chiedesse anche «che s’impedisca di mendicare»  nella chiesa.  Il parroco di S. Eligio Maggiore, nel popolare e popoloso quartiere Mercato, rispose: «In quanto all’impedire il mendicare nella chiesa, si cerca di impedirlo, sebbene non sempre si ottiene l’effetto per la gran quantità di mendicanti e perché mancano i mezzi per pagare una persona addetta ad impedire tale disordine». Evidentemente non era facile porre riparo all’inconveniente anche perché, come annotava lo stesso parroco, in quel quartiere i poveri abbondavano «in modo spaventevole». A. Illibato, La visita pastorale del cardinale Sisto Riario Sforza nella diocesi di Napoli (1850-1877), in «Campania Sacra» 29 (1998) p. 178.

[6] P. Villari,  Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, a cura di L. Chiti, Torino 1971, p. 22.

[7] J. White Mario, La miseria in Napoli, a cura di G. Infusino, Napoli 1978 (ristampa dell’edizione di Firenze 1877), pp. 14-26, 38-39, 51. Per le statistiche dei reati commessi in quegli anni va letto il vecchio, ma bene informato D. Marvasi, Scritti, Napoli 1876.

[8] La bibliografia sull’argomento è abbastanza vasta. Rimando per tutti ai contributi contenuti nei volumi Lo Stato e il Mezzogiorno. A ottanta anni dalla legge speciale per Napoli, a cura di G. Acocella, Napoli 1986; Napoli, a cura di G. Galasso, Roma-Bari 1987; Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. La Campania, Torino 1990. Una buona sintesi si può leggere in C. Petraccone, Napoli moderna e contemporanea,  Napoli 1981, pp. 104 ss.

[9] A. Illibato, Bartolo Longo. Un cristiano tra Otto e Novecento, I, II, Pompei 1996, 1999, nell’indice dei nomi.

[10] G. A. Galante, Elogio funebre del comm. Benedetto Minichini, Napoli 1898; Illibato, La visita pastorale del cardinale Sisto Riario Sforza, p. 213.

[11] Un necrologio del marchese Agostino Sergio di Torrevecchia si legge in «La voce del Cuore di Gesù» 1(1885) pp. 569-572.

[12] Illibato, Bartolo Longo, I, pp. 283-285.

[13] B. Longo, Storia del Santuario di Pompei dalle origini al 1879, Pompei 1981, p. 175.

[14] A. Cestaro, La stampa cattolica a Napoli dal 1860 al 1904, Roma 1965, nell’indice dei nomi; Mendella, Napoli di parte guelfa, nell’indice dei nomi

[15] Notizie sul suo impegno in seno al movimento cattolico napoletano  si leggono in Mendella, Napoli di parte guelfa, pp. 247, 261, 277.

[16] Mendella, Napoli di parte guelfa, nell’indice dei nomi.

[17] Per il barone Luigi De Matteis (Napoli 1850 – Trieste 1934), cf. A. Cestaro, s. v., in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia, II, Casale Monferrato 1982, pp. 178-181; Mendella, Napoli di parte guelfa, nell’indice dei nomi.

[18] Michele Zezza (Napoli 1851-1927), il 1° giugno 1891, fu nominato vescovo titolare di Calydon e ausiliare dell’archidiocesi di Napoli. Il 12 giugno 1893 fu trasferito a Pozzuoli, dove curò particolarmente la formazione del clero e l’istruzione religiosa degli adulti e dei fanciulli. Nel 1919 fu promosso arcivescovo titolare di Ancira e coadiutore dell’arcivescovo di Napoli, al quale successe il 25 marzo 1923. Il 3 giugno di quell’anno, mentre in duomo prendeva solenne possesso dell’archidiocesi, fu colpito da paresi, che sei mesi dopo lo costrinse alle dimissioni. D. Ambrasi – A. D’Ambrosio, La diocesi e i vescovi di Pozzuoli, «ecclesia sancti proculi puteolani episcopatus», Pozzuoli 1990, pp. 382-387; Illibato, Bartolo Longo, II, pp. 230-231.

[19] R. Ritzler – P. Sefrin, Hierarchia cattolica medii et recentioris aevi, VIII, Patavii 1979, p. 130;

[20] Ritzler – Sefrin, Hierarchia cattolica, VIII, p. 332; Archivio Storico Diocesano di Napoli, Carte Sisto Riario Sforza, fasc. 69, n. 2; «La Scienza e la Fede» 145 (1887) p. 476.

[21] P. Santamaria, Historia collegii patrum canonicorum metropolitanae ecclesiae neapolitanae, Neapoli 1900, pp. 508, 586; S. Loffredo, I vicarii generali della Chiesa napoletana dal sec. XIV ad oggi, Napoli 1980, p. 46. Lo storico del Capitolo scrisse che fu «Vir pari pietate ac urbanitate; quare omnium collegarum animos sibi facile devinxit».

[22] L’8 marzo 1896 fu nominato canonico della cattedrale. Santamaria, Historia collegii, p. 524; U. Dovere, Cultura ecclesiastica a Napoli agli inizi del Novecento. La «Rivista di Scienze e Lettere» (1900-1909), Napoli 1987, pp. 36, 56. Gagliardi fu anche autore del volume La basilica di S. Giovanni Maggiore in Napoli e la sua insigne collegiata, Napoli 1887.

[23] Don Fortunato Neri collaborò al giornale «La Discussione» e scrisse una Vita di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di Gesù Cristo, Napoli 1895.

[24] Notizie su p. Gaspare de Luise, parroco di S. Giorgio Maggiore dal 1861 al 1896 e pubblicista abbastanza prolifico, fornisce D. Ambrasi, S. Severo. Un vescovo di Napoli nell’imminente medio evo (364-410), Napoli 1974, pp. 73-74, 107.

[25] L’Opera Caritatevole di San Francesco Regis, promossa nel 1854 dal cardinale Sisto Riario Sforza, si proponeva di «rimuovere lo scandalo, ed il mal costume nella classe dei poveri, di provvederli gratuitamente dei documenti legali necessari, onde possano contrarre legittimo matrimonio ecclesiastico e civile, e legittimare i figli». Archivio Storico Diocesano di Napoli, Carte Sisto Riario Sforza, fasc. 69, n. 6.

 

 

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